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Le nuove varietà di caffè e le sfide della sostenibilità
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Parlando del caffè ne sottolineiamo spesso le differenze e le peculiarità. È il caso, per esempio, delle differenti varietà botaniche o delle diverse provenienze che ci restituiscono un prodotto unico e sempre nuovo. A questo proposito è interessante come sta evolvendo il settore, tra le varietà di caffè emergenti anche per effetto dei problemi della sostenibilità. Parliamo.
Arabica, Robusta e le specie dimenticate
Per capire le sfide della sostenibilità nel caffè occorre prima capire come e fatta la materia prima. Il genere Coffea comprende oltre centoventi specie, ma la produzione commerciale globale ruota quasi interamente attorno a due: l’Arabica e la Robusta.
L’Arabica (Coffea arabica) rappresenta il 60-70% della produzione mondiale ed e la specie su cui si costruisce la reputazione del caffè di qualità. Complessità aromatica, acidità brillante, profili floreali e fruttati: tutto quello che rende interessante uno Specialty Coffee viene dall’Arabica. Il problema e che si tratta di una pianta fragile. Cresce bene solo a quote elevate, soffre le temperature superiori ai 30 gradi centigradi e ha una base genetica estremamente ristretta, il che la rende vulnerabile a malattie e parassiti.
La Robusta (Coffea canephora) e più resistente, cresce a quote più basse e tollera meglio il calore e i parassiti. Ma produce generalmente una qualità inferiore, con note più amare e meno complessità aromatica. E per questo relegata principalmente ai blend commerciali e al mercato dei solubili.
Poi ci sono le specie dimenticate, quelle che fino a pochi anni fa interessavano soltanto i botanici. La Liberica, la Racemosa e soprattutto la Stenophylla, riscoperta recentemente, vengono oggi studiate come risorse strategiche per le varietà del futuro. La Stenophylla in particolare ha attirato l’attenzione della comunità scientifica perché tollera temperature fino a 25°C, molto più alte di quanto sopporti l’Arabica, e mantiene un profilo aromatico sorprendentemente simile. Una caratteristica preziosa in un mondo dominato dall’emergenza climatica. I cambiamenti climatici, le malattie fungine e la pressione sulle risorse idriche stanno infatti mettendo a rischio le piantagioni di caffè di tutto il mondo.
Le principali minacce
Può essere doloroso dirlo, ma le proiezioni scientifiche sul futuro del caffè non lasciano spazio all’ottimismo se si continua a coltivare come si è sempre fatto. Si stima che entro il 2050 circa il 50% dei terreni attualmente idonei alla coltivazione dell’Arabica potrebbe non esserlo più, a causa dell’aumento delle temperature e della variabilità delle precipitazioni.
Il cambiamento climatico non è però l’unica minaccia. La ruggine del caffè, causata dal fungo Hemileia vastatrix e nota in America Latina come Roya, e una delle malattie più devastanti della storia di questo settore. Si diffonde attraverso le spore trasportate dal vento, attacca le foglie della pianta riducendone la capacità fotosintetica e può distruggere un’intera piantagione in pochi mesi. Le epidemie che hanno colpito l’America Centrale tra il 2012 e il 2013 hanno causato perdite stimate in oltre un miliardo di dollari e messo in ginocchio intere comunità di coltivatori.
A queste si aggiungono i parassiti come la tignola del caffè e i nematodi, microorganismi che attaccano le radici delle piante riducendone la produttività. In un contesto in cui molti produttori di specialty operano su superfici ridotte e con margini già stretti, anche una perdita minima del raccolto può essere economicamente insostenibile.
Gli ibridi e le nuove varietà
Il lato interessante (per quanto critico) delle emergenze è che stimola la ricerca di soluzioni alternative. E in alcuni casi paradossalmente migliori. La risposta della scienza a queste minacce e arrivata attraverso programmi che hanno come obiettivo un risultato che fino a pochi decenni fa sembrava difficile da raggiungere, ovvero quello di creare piante resistenti alle malattie senza sacrificare la qualità finale del caffè.
I cosiddetti ibridi F1 sono la frontiera più avanzata di questa ricerca. Si tratta di piante di prima generazione nate dall’incrocio di genitori geneticamente molto distanti, progettate per combinare i tratti migliori di entrambe le linee parentali. Il risultato sono piante più robuste, più produttive e più resistenti. Gli ibridi F1 di ultima generazione vengono valutati nei cupping professionali con punteggi superiori ai 90 punti, il che li colloca a pieno titolo nel segmento specialty. Non sono più un compromesso o una prospettiva futura, ma un’alternativa concreta.
Va detto anche che di per sé le nuove varietà da sole non bastano. Accanto al miglioramento genetico (breeding), il settore sta riscoprendo pratiche agronomiche che imitano l’habitat naturale del caffè. L’agroforestry, o agroselvicoltura, integra alberi da ombra all’interno delle piantagioni. Gli effetti sono diversi e vanno dalla copertura arborea che regola la temperatura del suolo e dell’aria alla riduzione dell’evaporazione passando per la protezione delle piante dai picchi di calore, che sono sempre più frequenti e intensi.
In questo senso la sostenibilità non è solo una parola sulla confezione del caffè. E un modo di intendere la coltivazione del caffè come parte di un ecosistema, non come estrazione di una risorsa. E probabilmente l’unico approccio che garantisce un futuro alla tazzina che tanto amiamo bere ogni giorno.




