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I metodi di lavorazione degli Speciality Coffee
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Quando si parla degli Specialty Coffee si tende a concentrarci soprattutto sulla tostatura, sulla macinatura o sul metodo di estrazione. Meno frequentemente ci si chiede cosa e successo al chicco prima di arrivare nel sacchetto. Eppure e proprio in quella fase, la lavorazione post-raccolta, che si costruisce buona parte di ciò che poi si percepisce in tazza. Parliamo quindi dei metodi di lavorazione degli Speciality Coffee.
Cosa si intende per metodo di lavorazione del caffè
La lavorazione del caffè comprende tutte le operazioni che avvengono tra la raccolta del frutto e la spedizione del caffè verde al torrefattore. Il punto di partenza e sempre lo stesso, il frutto della pianta del caffè (la drupa). Al suo interno c’è il seme, quello che noi chiamiamo comunemente chicco. Il punto di arrivo e un chicco essiccato, stabile e pronto per essere tostato.
Il percorso tra questi due estremi può essere molto diverso a seconda del metodo scelto. Alcune lavorazioni eliminano rapidamente la polpa e lasciano che il chicco essicchi da solo. Altre lo fanno essiccare con tutta la frutta intorno. Altre ancora trovano soluzioni intermedie. Ogni approccio lascia una traccia precisa nel profilo aromatico finale, agendo sulla dolcezza, sull’acidità, sul corpo e sulla complessità della tazza.
E per questo che il metodo di lavorazione e considerato una delle variabili fondamentali nella valutazione di uno specialty coffee, al pari dell’origine, della varietà botanica e della tostatura.
Il metodo Natural (a secco)
Il metodo natural e il più antico dei tre grandi processi di lavorazione. Nasce in Etiopia, dove la scarsità d’acqua ha reso necessario trovare un modo per trattare il caffè senza ricorrere all’irrigazione. Il processo è apparentemente semplice e prevede che le ciliegie intere vengano stese al sole su patii di cemento o su letti rialzati, i cosiddetti African beds, e lasciate essiccare con tutta la buccia e la polpa ancora intatte. Ci vogliono tra i 25 e i 30 giorni. Durante questo periodo il seme, protetto dalla polpa, assorbe lentamente gli zuccheri e le caratteristiche del frutto che lo circonda. Le drupe vanno rivoltate costantemente per garantire un’essiccazione uniforme ed evitare il rischio di muffe o fermentazioni indesiderate, che potrebbero compromettere l’intera partita.
Il risultato in tazza è inconfondibile e caratterizzato da corpo pieno e rotondo, dolcezza spiccata, note fruttate audaci che ricordano i frutti tropicali, la marmellata di fragole o i frutti di bosco. L’acidità e più morbida rispetto ai caffè lavati. E un profilo che o si ama profondamente o si trova eccessivo, ma che difficilmente lascia indifferenti.
Il metodo Washed (lavato)
Se il metodo natural punta sulla polpa come protagonista del processo, il metodo washed fa l’opposto: rimuove la polpa il prima possibile per lasciare che siano le caratteristiche intrinseche del chicco a parlare. È per questo che nei circuiti specialty il caffè lavato viene spesso associato alla trasparenza varietale, ovvero alla capacita di esprimere con chiarezza il terroir e la varietà botanica.
Nel metodo lavato la polpa viene rimossa meccanicamente entro poche ore dalla raccolta tramite un processo chiamato spolpatura. I chicchi, ancora ricoperti dalla mucillagine appiccicosa che li avvolge, vengono immersi in vasche d’acqua dove fermentano per un periodo che va dalle 12 alle 72 ore, a seconda dell’altitudine, della temperatura e della scelta del produttore. La fermentazione serve a degradare la mucillagine rimasta, dopo di che i chicchi vengono lavati con acqua pulita e messi ad asciugare.
La tazza che si ottiene e descritta dai professionisti come pulita. L’acidità è vibrante, complessa e ben definita, i profili aromatici tendono al floreale e all’agrumato, il corpo e più delicato e setoso rispetto ai naturali. E il metodo preferito in tutti quei paesi che vogliono valorizzare la qualità intrinseca del loro Arabica senza interferenze della lavorazione.
Il metodo Honey
Il metodo honey nasce in Costa Rica come risposta a una sfida precisa: come differenziarsi nel mercato degli specialty coffee offrendo un profilo che non fosse né quello intenso dei naturali né quello austero dei lavati. La soluzione e stata lasciare sul chicco una quantità variabile di mucillagine durante l’essiccazione, creando un approccio ibrido che prende qualcosa da entrambi i mondi.
Come nel metodo lavato, le drupe vengono prima spolpate meccanicamente. Ma qui finisce la somiglianza: invece di rimuovere completamente la mucillagine tramite fermentazione in acqua, questa viene lasciata attaccata al chicco durante tutta la fase di essiccazione. La mucillagine, esposta al calore, diventa densa e appiccicosa, simile al miele, da cui deriva il nome del metodo. Gli zuccheri in essa contenuti influenzano direttamente il gusto del caffè.
Il risultato e un caffè che bilancia la dolcezza e il corpo dei naturali con la pulizia aromatica dei lavati. Le note zuccherine sono presenti ma non invadenti, la consistenza e spesso sciropposa, l’acidità si percepisce ma e ammorbidita. E un profilo versatile che ha conquistato molti appassionati proprio per questa capacità di sintesi.
Parlare di metodo honey come di una cosa sola sarebbe una semplificazione. In realtà si tratta di una famiglia di processi classificati in base alla quantità di mucillagine lasciata sul chicco e al tempo di essiccazione che ne consegue. Le varianti principali sono quattro, e le differenze in tazza sono concrete e misurabili.
Il White Honey e il Yellow Honey partono da una rimozione quasi totale della mucillagine, con una percentuale residua che va da circa il 10% al 50%. L’essiccazione e più rapida e il profilo che si ottiene e più vicino a quello di un caffè lavato: tazza luminosa, acidità presente, dolcezza contenuta. Sono le varianti più accessibili per chi si avvicina al metodo honey per la prima volta.
Il Red Honey trattiene circa il 75 percento della mucillagine. L’essiccazione si allunga, il processo richiede piu attenzione e il risultato in tazza si sposta verso una dolcezza superiore e un corpo più cremoso. È una via di mezzo equilibrata che molti torrefattori specialty apprezzano per la sua leggibilità.
Il Black Honey e la variante più estrema. Quasi tutta la mucillagine viene conservata, il chicco essicca lentamente in condizioni controllate e il processo può durare settimane. Il caffè che se ne ricava e il più dolce, il più corposo e il più fruttato della famiglia, con un profilo che si avvicina sensibilmente a quello di un natural. E anche il più difficile da produrre correttamente, perché la quantità di mucillagine presente aumenta il rischio di fermentazioni indesiderate se il monitoraggio non è preciso.
La lavorazione non è un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori. È la firma che ogni Paese, ogni produttore e ogni tradizione lascia sul chicco prima ancora che arrivi al torrefattore. Conoscerla significa capire perché un Etiopia natural e così diverso da un Colombia washed, e perché un Black Honey del Costa Rica racconta una storia che non si legge sulla mappa.




