Il ruolo del drying: come l’essiccazione influenza aroma e stabilità del caffè

Essiccazione caffè 900

Da cosa dipende cosa finirà in una tazza di caffè? Dalla tostatura, certo, dalla macinatura, anche, così come dalla varietà botanica e dal metodo di estrazione. Ma anche, seppur se ne parla poco, dall’essiccazione del caffè verde. È proprio qui, infatti, che si decide buona parte di ciò che finirà nella tazza. L’obiettivo dell’essiccazione (drying) è quello di portare l’umidità residua del chicco a una percentuale compresa tra il 10 e il 12%, sufficiente a garantire stabilità durante il trasporto e lo stoccaggio senza compromettere i composti aromatici che si sono formati nelle fasi precedenti. Ma la strada per arrivare a quella percentuale è tutt’altro che semplice.

Cos’è il drying nella lavorazione del caffè e perché è così importante

Il chicco di caffè appena lavorato (che sia uscito da un processo natural, washed o honey) contiene ancora una quantità di umidità molto elevata, intorno al 50–60% nel caso delle ciliegie intere. Prima di poter essere tostato, confezionato e spedito, deve essere portato a un livello di umidità stabile e sicuro. Questo è il compito del drying.

Il processo si colloca tra la lavorazione post-raccolta e la fase di cernita e stoccaggio del caffè verde. In alcuni casi, come nel metodo lavato, il drying avviene dopo la fermentazione in acqua e il lavaggio. In altri, come nel natural e nell’honey, l’essiccazione è parte integrante della lavorazione stessa, perché avviene mentre il chicco è ancora a contatto con la polpa o la mucillagine.

Perché la soglia è del 10–12%? Non è una scelta arbitraria ma è determinata dal fatto che al di sopra di questa soglia il chicco è esposto al rischio di muffa, attività batterica e fermentazioni indesiderate durante il trasporto, mentre al di sotto, perde progressivamente i composti volatili responsabili degli aromi più delicati. Trovare e mantenere quella finestra è il compito del produttore.

Il drying non è importante, è fondamentale per la qualità del caffè. I composti volatili responsabili degli aromi più fini (aldeidi, acidi organici, eccetera) sono sensibili all’umidità, alla temperatura e al tempo. Un drying condotto bene li preserva, mentre uno sbagliato li degrada o li sostituisce con composti sgradevoli. È uno di quei difetti del caffè che porta a note di fermentato, muffa, aceto o marcio che non sono errori della tostatura, ma il più delle volte segnali di un’essiccazione non corretta che ha portato a quelle fermentazioni incontrollate.

Il caffè che “sa di bruciato” senza una tostatura eccessiva è un altro caso riconducibile alla fase di essiccazione. Temperature troppo alte negli essiccatori meccanici o esposizione diretta al sole nelle ore più calde possono produrre reazioni precoci sulla superficie del chicco ancora umido, lasciando note tostate anomale che non scompaiono con nessuna regolazione in tostatura.

I metodi di essiccazione: sole, letti africani ed essiccatori meccanici

Non esiste un unico modo per essiccare il caffè. I metodi cambiano in base alle condizioni climatiche, alle risorse disponibili, alla tipologia di lavorazione e all’orientamento qualitativo del produttore.

Essiccazione al sole

È il metodo più antico. Le drupe o i chicchi in pergamino vengono stesi in strati sottili su grandi superfici di cemento o laterizio esposte al sole. Devono essere girati più volte al giorno (anche ogni ora nella fase iniziale) per garantire un’asciugatura uniforme e prevenire la formazione di muffe nei punti di contatto. È un metodo efficace nei climi secchi e soleggiati, ma richiede molta manodopera e offre meno controllo rispetto alle alternative.

African beds (letti rialzati)

I letti rialzati (strutture in legno e rete metallica sopraelevate rispetto al suolo) sono considerati lo standard di qualità per il drying specialty. La posizione elevata consente la circolazione dell’aria sia sopra che sotto il chicco, favorendo un’asciugatura più omogenea e riducendo il rischio di fermentazioni indesiderate causate dall’accumulo di umidità. Sono diffusi in tutta l’Africa orientale e in America Centrale, dove sono diventati un simbolo della produzione di qualità.

Essiccatori meccanici

In regioni con clima umido o piovoso, dove l’essiccazione al sole non è praticabile in modo affidabile, si ricorre a cilindri rotanti riscaldati da aria calda. La temperatura non deve superare i 50°C perché oltre questa soglia si rischia la formazione di aromi sgradevoli. Il vantaggio principale è la velocità e la prevedibilità del processo. Lo svantaggio è che i tempi ridotti lasciano meno spazio allo sviluppo dei precursori aromatici che maturano lentamente durante un’essiccazione naturale prolungata.

Molti produttori uniscono i due approcci, iniziando con il sole e completano il processo con l’essiccatore meccanico per portare l’umidità all’obiettivo finale con precisione.

Come riconoscere un drying ben fatto in tazza

Non è possibile vedere il drying di un caffè da casa, ma è possibile riconoscerne gli effetti di come l’essiccazione è stata effettuata. Un’essiccazione fatta bene si caratterizza in tazza come pulizia aromatica, quindi con nessuna nota di fermentato, di muffa o di legno bagnato che disturba il profilo. La dolcezza è integrata e non caramellosamente pesante. L’acidità, se presente, è vivace e definita, non acetosa o sgradevole.

Leggere l’etichetta di uno specialty coffee con attenzione offre già qualche indizio utile. Un caffè con note aromatiche pulite e definite (bergamotto, pesca, lampone, caramello) e senza aggettivi generici come “corposo” o “intensamente tostato” è quasi sempre il risultato di una filiera curata in ogni fase, drying incluso.

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